Contro i criteri INVALSI: i docenti non rifiutano la valutazione


In una nota del 22/04/2010 del sito web, la FLC-CGIL invitava i responsabili del sistema di valutazione dell’istituzione scolastica, INVALSI, a tenere conto, prima e a seguito della somministrazione dei test sulla cui obbligatorietà ancora si discute considerando almeno l’uso che si fa del sintagma “autonomia scolastica”, della territorialità e del contesto socio-culturale in cui gravitano le scuole e i giovani in esame.

Tralasciando una spontanea domanda su quale delle istituzioni preposte (Miur, Governo, Cipollone) potrebbe mai prendersi la briga di ascoltare un invito della CGIL, si sottolineava anche un aspetto interessante e cioè la consapevolezza dei docenti in merito alla necessità di un valido sistema di valutazione. Gira voce, infatti, in molte frange governative, partitiche, sindacali e popolari che gli insegnanti preferiscano sottrarsi ad ogni forma di analisi critica del loro operato. Non v’è nulla di più falso. I docenti di tutto il Paese, sebbene in difficoltà concrete, frustrati dal progressivo e decennale declassamento della loro funzione, malpagati, divisi tra titolari, precari, abilitati e non abilitati, terroni e meneghini, desiderano sfuggire a questa era di devastazione del pubblico servizio anche attraverso norme valutative che si presentino, però, realistiche e rispettose del ruolo e della Costituzione.

Le prove INVALSI al momento risultano sfibrate, sospette e soprattutto offensive. Le prove INVALSI, inoltre, si basano su test e quiz che presuppongano una conoscenza nozionistica che, sebbene irrinunciabile, non sorreggono la complessità del lavoro del docente che si struttura anche, e spesso soprattutto, sul rapporto critico della relazione umana. Tali quiz costringerebbero gli insegnanti a proporre e a soffermarsi soltanto sulle conoscenze stagne richieste dall’istituto, se non altro per difendere e veder difesa la propria validità sulla base di quel tipo di valutazione.

I dati offerti, in apparenza concreti e completi di cifre e percentuali, sono così commentati dal presidente dell’INVALSI Cipollone: “ Lo studente trova maggiore difficoltà proprio nel rispondere a quesiti che sono sotto il diretto controllo della scuola e che meno dipendono dal contributo della famiglia, degli amici, dei media”. Affermazione da “scoperta dell’acqua calda” a parte, a tirare le somme ci vuol davvero poco: eccola, offerta al governo su un vassoio d’argento, la giustificazione per sancire la lotta a favore dello screditamento e della delegittimazione della scuola pubblica! Ecco un motivo cristallino per seguitare nell’accusa di incapacità e inefficienza alle scuole e soprattutto agli insegnanti , che senza dubbio meritano la falcidie delle classi e delle risorse!

Insomma laddove l’unico filtro sociale è rappresentato dalla famiglia e dai media (sic!) sale la capacità di apprendimento dei giovani, e tutto a dispetto dell’impegno (sempre che ci sia) della scuola e di chi in essa si spende. Non è offensivo per un’intera categoria di lavoratori e professionisti titolati?

Sembra inoltre strano il rilievo di Cipollone vista la scientificità dell’asserzione secondo cui proprio la famiglia e il pavimento sociale sono i fattori primi che determinano lo sviluppo cognitivo e linguistico dell’individuo, e a questo punto appare spaventoso ciò che emerge dai dati a proposito del divario tra Nord e Sud (questione ormai secolare che dovrebbe costringere ogni cittadino e ogni sedicente intellettuale a riconsiderare la storia dal Risorgimento in avanti. Un po’ di utile revisionismo).

Gli studenti del meridione presentano difficoltà in grammatica e quindi nell’apprendimento linguistico e questo confermerebbe (delizia per chi ci amministra!) l’ignoranza di fondo dei docenti del Mezzogiorno incapaci di condurre i loro allievi a livelli più elevati di sapere. Tutto torna. Peraltro, come dice Cipollone, la famiglia, gli amici e i media sono più influenti della scuola, no? Se i governi fossero e fossero stati davvero attenti alla salute culturale e intellettuale dei cittadini, si sarebbero chiesti innanzitutto il perché di un simile dislivello (dopo avrebbero provato a colmarlo) e l’INVALSI si troverebbe ad analizzare prima il contesto, adattando i quiz, qualora ne fosse dimostrata l’efficacia, alle diverse toppe che compongono l’Italia arlecchina.

I risultati delle prove, invece, si collocano in un contesto federalista e devolutivo e offrono una strada scorrevole alla revocazione dei fondi per il Sud (fondi, questi, che già negli anni trascorsi, sono in realtà serviti a sovvenzionare le industrie del nord, scuole carabinieri e TAV..).
C’è chi ancora intenzionalmente finge di non sapere che esistono zone del Paese in cui a volte il corretto -e fondamentale- uso del congiuntivo è sottoposto alla necessità di reimpostare la struttura civica e sociale dei giovani allo scopo di restituire fiducia e quella autostima che è stata loro risucchiata da quasi due secoli di pirateria economica e culturale, abbandonati alle grinfie di una stampa compiacente e pronta al servizio demonizzatore.

Sarebbe, al contrario, ora di intraprendere una serie di vere iniziative politiche a favore dei nostri concittadini di tacco e punta, tralasciando l’inganno dei ponti-sullo-Stretto, delle Casse-del- Mezzogiorno e sollevando il turacciolo dell’oppressione.

Risponderà meglio agli stimoli culturali un giovane abituato ormai per cultura al degrado finanche nelle strutture e negli edifici o un giovane che vede la cura anche formale intorno a sé?

Se i lambiccamenti unitari sembrano farragine, rimane da porre comunque una domandona che supera le barriere geografiche: è più efficiente un docente che lavora per poche ore con 28/30 alunni per classe cui fare lezione, da interrogare (tutti) almeno due volte in tre mesi e da valutare in un numero per forza ristretto di prove scritte, senza che questi – il docente- disponga di tempo e di risorse economiche per aggiornarsi, studiare, elevarsi, oppure è più efficiente e persino valutabile in modo più realistico un docente messo nelle condizioni di gestire più comodamente il tempo delle lezioni, curando in modo più capillare ognuno dei 15 individui, dedicando più attenzione alla loro crescita , e in possesso- sempre il docente- del tempo e del denaro necessari ad una preparazione costante?

Non è l’idea della valutazione in sé ad indignare schiere sempre più nutrite di professori, ma il criterio che nella fattispecie è adottato soprattutto considerandolo alla luce di una politica di delegittimazione. I docenti vorrebbero essere sottoposti a una stima critica del loro lavoro, mantenendo tuttavia come base dell’accumulo di punti e di anni di servizio, che se non si vuol definire meritocratico, resta ancora l’unico accettabile. Si tenga conto, poi, in modo serio e irrinunciabile, del territorio e delle condizioni di lavoro, spesso ai limiti della legalità, in cui si è inseriti e, soprattutto, con forza e lucidità, ci si opponga a chi volgarmente offre consenso alle attuali politiche scolastiche (e perciò sociali) soltanto perché ragionarvi su pesa e, dopotutto, va bene così.

Proposte: chiedersi quali e quanti insegnanti una classe ha cambiato nel corso dell’anno e in quale momento dell’anno scolastico, quanti, perciò, sono in quella classe gli alunni che hanno reso di più;
oppure: che tipo di supporto organizzava la scuola? Che supporto avevano a casa (reddito, professione, titolo di studio dei genitori) . Non siamo ancora a questo punto.

Cosa ne pensi?