“Lo straniero del banco accanto”. Un articolo sull’integrazione dei figli dei cittadini migranti
LO STRANIERO DEL BANCO ACCANTO
di Patrizia Salvadori
Nelle dichiarazioni dei politici, nei titoli dei giornali, tra i genitori e, talvolta, anche tra gli insegnanti si sta affermando, con sempre più forza, una convinzione: gli alunni stranieri in classe rallentano la didattica. Sembrerebbe, dunque, un provvedimento pieno di buonsenso, quello di limitare la presenza degli alunni e distribuirli tra varie scuole. Chi insegna in scuole della periferia fiorentina, dove la percentuale degli alunni stranieri è molto alta, non ha potuto fare a meno di chiedersi: è veramente questo ciò di cui abbiamo bisogno?
Innanzitutto dobbiamo capire cosa si intende per straniero. Se con questo termine ci riferiamo agli alunni non italofoni, che sono appena arrivati in Italia e non conoscono neppure una parola della nostra lingua, sappiamo bene che la loro presenza può costituire un problema, più che per la didattica per gli stessi alunni stranieri. Chi insegna, soprattutto alla scuola media, li conosce bene: sono ragazzini che arrivano nel corso dell’anno, gli alunni silenti che, pur non avendo neppure le parole per chiedere di uscire, stanno ore e ore in classe a sentir parlare di fotosintesi, congiuntivo o barocco. Se si utilizza il criterio linguistico, però, scopriamo dai dati stessi del Ministero che la percentuale di alunni non italofoni è molto più bassa del 30%, anche in scuole dove la presenza degli alunni stranieri è alta. Comunque, non è certo tale da pregiudicare l’andamento didattico di una classe.
Molti alunni stranieri sono nati qua e parlano italiano con forte accento toscano. Spesso non conoscono neppure la loro lingua di origine e devono andare a scuola per impararla. Loro, ha detto il Ministro facendo una parziale marcia indietro, saranno esclusi dalla quota. E gli altri, quelli che sono arrivati qui piccolissimi e sono cresciuti insieme ai loro compagni italiani, dalla scuola d’infanzia alle medie? E’ straniera Xixi, nata in Cina ma arrivata qui a tre anni? O Aimad, nato in Marocco e vissuto fino a quattro anni con i nonni, i cui genitori stanno per avere la cittadinanza italiana? E Caterina, nata in Russia e adottata piccolissima da padre americano e madre italiana? E, soprattutto, quali problemi causano al corretto svolgimento dei programmi questi ragazzi, destinati a superare il milione nel volgere di un triennio, secondo i dati della Caritas?
La nota del Ministero ricorda che è necessario “coniugare efficacemente l’obiettivo della massima inclusione con quello di una offerta formativa qualitativamente valida, che tenga conto delle situazioni di partenze e delle necessità di ciascun alunno”. Obiettivo condivisibile. Ma per raggiungerlo non abbiamo bisogno di quote o classi ponte: quello che serve veramente è un incremento delle risorse. Le classi miste sono una risorsa culturale, sociale e cognitiva per tutti, basta che la scuola abbia i mezzi per poterle adeguatamente gestire.
Purtroppo, soprattutto nell’ultimo anno, siamo andati esattamente nella direzione opposta: i tagli al personale hanno costretto le scuole a organizzare corsi di alfabetizzazione con insegnanti in orario aggiuntivo, utilizzando così tutti i fondi previsti per progetti interculturali. Le classi sempre più numerose e l’impossibilità di effettuare compresenze e lavorare per piccoli gruppi rendono sempre più difficile il percorso di inclusione. Avremmo bisogno di insegnanti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come L2, magari uno ogni dieci alunni non italofoni, e di una massiccia presenza di mediatori culturali. Le classi con ragazzi che non parlano italiano non dovrebbero superare il tetto di 20 alunni. Dovremmo avere la possibilità di dividere le classi in piccoli gruppi e svolgere attività di cooperative-learning, laboratori interculturali. Di questo abbiamo bisogno, il resto è discriminazione.
Anno scolastico 2010-2011. Matteo e Wu Bin, che frequentano la stessa scuola da quando erano piccoli, abitano nello stesso palazzo e giocano a calcio nella squadra del quartiere, quest’anno non staranno più insieme. Matteo tornerà nella scuola di sempre, scelta dai sui genitori, con i compagni e i maestri che conosce bene. Wu Bin non può farlo. Nella sua classe sono troppi quelli come lui. Gli stranieri del banco accanto.

